Scegliamo con cura le parole che curano

Scegliamo con cura le parole che curano

Molti anni fa mi ritrovai a leggere un libro molto interessante, dal titolo: “I bambini imparano quello che vivono”, scritto dalla consulente famigliare e psicoterapeuta Dorothy Law Nolte nel 1970. Rimasi colpita dall’immediatezza con la quale questa professionista parlava a genitori ed educatori, sull’importanza del peso delle parole, che possono essere gabbie o voli. Ancora di grossa attualità, questo tema mi appassiona e coinvolge. Quando diciamo ad un bambino che è un tornado e non sta mai fermo secondo un’accezione negativa, lo stiamo spronando ad esserlo. Quando gli diciamo che è una frana, che è un “buono a nulla”, stiamo mortificando la sua autostima; quando gli diciamo che non è portato per la matematica, cominciamo a fargliela odiare. E quando diciamo ad un bambino “meno male che ci sei tu in questa classe”, lo stiamo allontanando dai suoi amici, i quali, dinanzi a queste parole, si sentiranno non apprezzati e svalutati. Le parole ci mettono in relazione e non può esistere comunicazione senza relazione, senza “un altro” che ci ascolti e ci risponda.

Anche il silenzio è una risposta, come ha sottolineato nel 1957 (nella sua “pragmatica della comunicazione umana”), lo psicologo Watzlawick insieme ai colleghi Beavin e Jackson della Scuola di Palo Alto; dove, secondo il primo assioma della comunicazione, “non si può non comunicare”. Il nostro corpo, la nostra espressività, la nostra mimica e somatica, comunicano qualcosa sempre, e sono sempre in relazione con il mondo esterno attraverso diverse modalità di linguaggio: verbale, meta-verbale e non verbale. Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto (o informazione) e di relazione; dove la prima modalità trasmette i ‘dati’, mentre la seconda ci suggerisce come possiamo interpretare questo tipo di comunicazione; ossia che cosa dici e come lo dici. Il terzo principio sottolinea che la comunicazione è continua e ognuno pone una ‘punteggiatura’; ovvero seleziona contenuti e messaggi a seconda delle sue interpretazioni ed esperienze comunicative. Il quarto assioma fa luce sul fatto che noi umani comunichiamo attraverso codici verbali (parole immediate e predominanti) e non verbali (gesti, sguardi, meta comunicazione). In ultimo, chi comunica usa un contesto metacomunicativo o relazionale, mentre l’altro, il ricevente, può rispondere in due modi: rispondendo con lo stesso tipo di relazione, (in maniera simmetrica); oppure rispondendo con un altro tipo di relazione (in maniera complementare); ma in questo secondo caso, uno dei due è sempre in una posizione di superiorità e di maggior potere.

I bambini imparano le nostre modalità di comunicazione e le interiorizzano

I bambini interiorizzano il modo di esprimersi degli adulti e delle figure di riferimento che incontrano nella loro vita, quindi è chiaro quanto sia importante un uso consapevole e chiaro delle parole, per consentire a loro di sviluppare le risorse interiori necessarie per esprimere sé stessi naturalmente, durante il loro apprendistato nella famiglia e nella vita. Se i bambini vivono con le critiche, imparano a condannare e ad essere giudici implacabili di sé stessi e degli altri. La lode, se meritata, è un traguardo importante per l’autostima del bambino e ne premia le risorse. Al contrario, la lamentela punta l’attenzione sulle difficoltà, i deficit e le carenze, denotando insoddisfazione e non promuovendo soluzioni, ma creando problemi. Il bambino imparerà a criticare ed a non impegnarsi per ottenere qualcosa che, tanto, non sarà mai in grado di fare. I bambini che vivono con l’ostilità, diventeranno combattenti devoti alla conflittualità interiore e/o esteriore. Vivere in un’atmosfera aggressiva, fa sentire i bambini vulnerabili e sempre in pericolo. Avranno così paura di reagire e difendersi, ed eviteranno ogni tipo di conflitto, persino i confronti più lievi. La capacità di fronteggiare lo stress dipende dall’abilità appresa nel dominare sentimenti di impazienza, paura, frustrazione e insoddisfazione. Se non ci “concediamo” queste emozioni, coltiveremo in segreto rancore e rabbia che esploderanno in momenti critici; oppure imploderanno creando disturbi psicosomatici importanti. Se non nascondiamo ai nostri figli le reali difficoltà che si incontrano nell’interagire con gli altri, possiamo trasformare una situazione stressante in un’occasione di lezione di vita importante sulla capacità di mediazione tra sé e gli altri. Se i bambini crescono con la paura, impareranno ad essere apprensivi. Qui non mi riferisco a paure effettive e giustificabili, come abusi famigliari, minacce, vessazioni e violenze fisiche e psicologiche che può vivere un bambino, mi riferisco a paure naturali e inconsce che il bambino sperimenta durante il suo sviluppo neurologico. Queste paure, del buio, del vuoto, nel rimanere solo, dei cambiamenti ecc, pur essendo fisiologiche vanno prese sul serio, senza sminuirne la portata.

I bambini assorbono ogni tensione famigliare e se ci sono problemi all’interno del nucleo, sono i primi a captarne i segnali e le implicazioni future. Lo stesso vale per le paure dei genitori nei confronti dei figli: se i bambini sono esposti tutti i giorni ad osservazioni che esprimono timore, probabilmente svilupperanno un’impostazione mentale apprensiva e ansiogena. Affrontare l’argomento “scomodo” relativo alla paura, parlandone liberamente, può essere un buon momento di condivisione e apprendimento sul bisogno di tutti di essere rassicurati e accolti. Se i bambini vivono con la gelosia, impareranno a provare invidia. La gelosia trasmette un messaggio: che l’autostima dipende da ciò che si possiede. Se possiedo molto, valgo più dell’altro, e questo è il germe dell’invidia. Convivere in famiglia tra continui paragoni positivi su altri membri, e negativi su qualcuno, crea differenze e competitività malsane ed intollerabili.

La rivalità tra fratelli e sorelle è normale, ma se alimentata da critiche e elogi asimmetrici, porta a rivalità estrema. Prendere sul serio i segnali di gelosia dei figli permette al caregiver di controbilanciare la situazione di disagio del bambino. Quando valutiamo i bambini, loro imparano a valutarsi, nel bene e nel male. In ultimo vorrei parlare della vergogna, sentimento tipico infantile istruito dalla colpa, emozioni morali acquisite. Il rimprovero e l’umiliazione induce i bambini a disprezzare sé stessi, e può portare ad una mancanza importante di autostima o ad un sentimento generico di indegnità. Puntare sull’apprendimento e l’esempio piuttosto che sul senso di colpa, ha effetti a lungo termine e non implicano sentimenti di inadeguatezza.

La punizione, se usata, dovrebbe essere accompagnata dal far accettare al bambino le responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni scorrette, piuttosto che l’umiliarlo con castighi e rimproveri. Dovremmo far capire ai bambini che la responsabilità ha due facce: assumersi la responsabilità quando commettono un errore, ma anche quando fanno bene qualcosa. Questo permetterà loro di sentirsi compresi e di acquisire un senso di sicurezza e di orgoglio per ciò che sono riusciti a fare, fino a migliorarsi. Ogni bambino è un mondo a sé, che merita di essere ascoltato, accolto e compreso nelle sue sfumature e molteplicità. Le parole sono uno strumento potente, “una fonte inesauribile di magia, in grado sia di infliggere dolore che di alleviarlo”, come disse una volta Albus Silente ad Harry Potter, facciamone buon uso!