Quando l’abuso relazionale sfocia in violenza e omicidio-suicidio
Quando ha luogo un femminicidio spesso la notizia arriva come un fatto di cronaca avvenuto da qualche parte nel mondo, magari che riguarda persone non conosciute. Ma accade, a volte, che una donna venga uccisa dal proprio ex compagno in un piccolo paese di provincia, in cui tutti conoscono sia l’assassino che la vittima: colleghi e colleghe di lavoro, amici, maestre e compagni di scuola di figli e figlie. In questo caso la parola “femminicidio” diventa improvvisamente reale e non solo una parola letta distrattamente sulla civetta del quotidiano o di un TG. Quello che è accaduto a Montalbiano, in Valfloriana, dietro le nostre case, ci riguarda da vicino: nel nostro territorio ancora una volta un uomo uccide la madre dei suoi figli, Ester, in modo premeditato e cruento. La comunità di Fiemme che in questi giorni sta riflettendo sempre di più sui due casi di femminicidio-suicidio che hanno colpito il suo territorio, si dice basita e sgomenta. In questi momenti iniziamo a comprendere che la violenza nelle relazioni affettive può riguardare chiunque, che non è così astratta o lontana, bensì è qualcosa di profondamente radicato, anche in un luogo tranquillo, silenzioso… Ed è proprio nel silenzio e nella paura di far emergere scheletri in armadi socchiusi da troppo tempo, che si innesta il grande problema di queste situazioni aberranti. Il non dire, il non saper riconoscere i segnali dell’abuso e della manipolazione psicologica, il non sapere che si sta vivendo un maltrattamento psicologico se non quando si arriva all’esasperazione e al limite, dove si capisce finalmente che così non si può più andare avanti. Poi c’è la presunzione di conoscere il proprio convinvente, marito, compagno così bene da autoconvincersi del fatto che “No, mai io lo conosco, so come gestirlo”, anche questa è una falsa credenza pericolosa, che spesso fa la differenza tra affrontare l’abuso e il maltrattamento psicologico da un punto di vista corretto e sicuro, e mettersi in una condizione di pericolo e allerta. Ed infine, il giustificare sempre atti e piccoli segnali di buio che emergono nella vita famigliare e quotidiana: denigrazioni, svalutazioni, umiliazioni sottili e, perché no, atti di vessazione che spesso e volentieri vengono lapidati con un semplice “poverino, c’è da capirlo”. Quante situazioni in cui si sente dire dalle vittime di violenza in via preliminare: “ma figurati se mio marito farebbe una cosa così”, “povero, fa così con me, ma con i figli no, è un bravo papà”, oppure “non è cattivo, è solo stressato”. Menzogne che ci si racconta per non vedere la bruttura di un investimento affettivo sbagliato o comunque fallimentare da tutti i punti di vista. Ed è proprio su questi principi cardini della non conoscenza e ri-conoscenza dei segnali di violenza psicologica della vittima che noi di DonnaInDifesa interveniamo costantemente, con sostegno e rieducazione affettiva, per creare una rete comunicativa efficace partendo dalla loro comprensione. Ester, dopo 15 anni di relazione, aveva deciso di “volersi bene e cambiare strada”, parole confidate alla sorella. Perché ad un certo punto si cerca di liberarsi da certi schemi tossici quando si arriva ad un limite, un punto di non ritorno che spesso arriva tardi, troppo tardi. In questo lungo elenco di vittime, anche se apparentemente possa non sembrarlo, Lo é anche Igor, il compagno-aggressore che ha deciso di togliersi la vita. Lo é perché non ha saputo gestire e accettare dentro di sé la fine di una storia d’amore che, in verità, era già finita da tempo. É vittima di se stesso perché non ha chiesto aiuto, avendone bisogno. E’ importante, per prevenire queste situazioni, capire come ragionano questi soggetti, dove il controllo che attuano sulla donna non è apparentemente violento o aggressivo, ma avvolgente e continuo, fino ad occupare ogni spazio. Il controllo è anche evidente nell’alimentare il senso di colpa e nel limitare l’autonomia della vittima, come in questo caso specifico dove c’è una donna che cerca la sua strada, e quindi la sua autonomia, e che è diventata una minaccia intollerabile al controllo dell’uomo. Il suicidio successivo all’omicidio, è un indicatore dell’importanza del legame con la vittima. Alcuni autori hanno dato adito alla tesi riscontrando che un forte attaccamento tra l’assassino e la vittima aumenta le possibilità di suicidio, perché è proprio controllando l’altro che si proietta la propria immagine forte su di lui dominandolo, mentre con l’affermazione della propria autonomia, la donna spezza di netto quell’immagine. Da questo innesco nasce la rabbia e, a volte, anche la furia. Un altro aspetto importante riguarda la minaccia. Chi minaccia di farsi male in caso di abbandono, di fatto sta minacciando l’altro, sta limitando la libertà della futura vittima sopprimendo la sua autonomia, muovendo sensi di colpa profondi e deresponsabilizzando, e spesso questa modalità distorta è il preludio di una violenza e di un finale atroce. Inoltre, non esistono raptus improvvisi, soprattutto perché ogni passo di violenza estrema avviene tramite un processo lento e costante di costruzione del momento clou nella mente dell’aggressore. Vi è sempre una modalità di scelta e selezione dell’evento, che poi viene seguita e perseguita. I segnali evidentemente ci sono stati anche per Igor, non ci si trasforma in un ‘mostro’ in una sera. Ecco, quei segnali vanno colti ed identificati in fretta, vanno riconosciuti e fermati prima dell’eccesso in violenza estrema. La violenza ha sfumature che spesso ci si vergogna di dichiarare al mondo esterno. Come in un paesino di montagna, dove ci si conosce tutti e dove la vergogna di confidarsi o di far trasparire situazioni personali difficili, chiude ancora di più la vita dentro mura di ferro. Si rimane destabilizzati proprio perché non si poteva immaginare che una storia finisse così, ma l’incubo relazionale c’era e la cosa che sconvolge maggiormente è che non è stato notato, e questo crea sconforto e una ferita traumatica in una intera comunità. Come associazione che dal 2019 è sul territorio Trentino e di Fiemme, DonnaInDifesa c’é per iniziative e percorsi pratici per le Donne e anche per Uomini. Vogliamo trasmettere la consapevolezza che ci si può dotare di risorse per fronteggiare le aggressioni fisiche e psicologiche e si possono seguire percorsi atti a migliorare la qualità della Comunicazione, imparare a riconoscere i segnali di manipolazione e di abuso psicologico, che costituiscono i primi, silenziosi e striscianti atti di violenza e sopraffazione, e distanziarsene.
Per tutto questo e per tutti loro, DonnaInDifesa c’é!!
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