Quando il branco è “umano”

Quando il branco è “umano”

 

 

E’ notizia di questa estate 2023, lo stupro e le violenze di gruppo attuate da un branco di 7 ragazzi, tra i 17 e 21 anni, a Palermo, in una notte di “ordinaria violenza” d’agosto. In una notte qualunque, un ragazzo abborda una ragazza di 19 anni e la sua amica, la porta nel “suo gruppo di amici” i quali le seducono, le adulano, le accompagnano in diversi locali a “sballarsi” in compagnia. Le ragazze bevono, ridono e non sanno che cosa le attende da lì a poche ore. Sette ragazzi le ingannano, le adescano e le isolano, per finire la serata in “grande stile” violentandole. Una fugge, ma l’altra, troppo inerme per ribellarsi, capisce  troppo tardi che è vittima di un branco predatorio, così cerca in tutti i modi di fuggire, di urlare, di chiedere aiuto; ma nessuno sente nulla, fa nulla, vede nulla. In una notte di mezza estate, a Palermo, sulla spiaggia tra onde calme e sabbia bianca, sette ragazzi picchiano, stuprano a turno e violentano l’anima di una giovane donna che non dimenticherà mai quei volti, quelle voci e quei suoni sordi, tipici di uno stupro seriale di gruppo. Tanto se ne parla, ma poco si cerca di analizzare le cose per ciò che sono. Proviamo a farlo insieme.

IL BRANCO, LA GERARCHIA E LA DERESPONSABILIZZAZIONE DI GRUPPO

Il branco è una moltitudine che si fa unità per tutelare ogni suo membro e soppesare e dividere responsabilità di atti o gesti predatori. , dove ognuno assume un proprio ruolo e una propria dignità proprio perché vi è membro. All’interno di un branco di lupi, per esempio, vi è una coppia leader, (detta alfa) , che gestisce l’organizzazione del branco stesso, poi vi sono i sottoposti (beta) che dirigono i lupo di medio livello per poi arrivare a chi gerarchicamente è più grande, che comandano i lupi medi  o più giovani. In questa dinamica gerarchica si innestano anche le congregazioni tra esseri umani. Mentre i due estremi della gerarchia (alfa) tendono all’immutabilità di ruoli, è il medio rango che è più dinamico socialmente. Recluta altri membri, seleziona e conquista. http://www.blog.almonature.com

I leaders poi hanno accesso alle prede per primi, e mantengono ordine nel clan. I lupi omega, invece, hanno vita più ardua, si limitano a sedare conflitti o a far da mediatori, ma tutti hanno una scarsa considerazione di loro.  Perché la caccia alla preda sia efficace, il branco deve riunirsi, pianificare l’attacco e intavolare una strategia improntata all’autoconservazione. Sono esseri complici, risoluti e perfettamente inquadrati. Ma la realtà umana non è come quella dei lupi, gli esseri umani sono capaci di orrori diversi, che poco hanno a che fare con la sopravvivenza e la natura personale. I leaders di un branco predatorio umani, per essere tali, devono superare prove e I leader per essere tali devono superare prove e approvazioni, e devono dimostrare di possedere realmente abilità relazionali e comunicative. Per lo più sono manipolatori seriali, spesso con disturbi gravi del comportamento e di personalità. Trascinano, condizionano ma più d’ogni altra cosa, seducono e “regalano la loro amicizia” che viene vista come un dono prezioso dal resto del gruppo, che li idolatra e li imita.  Riporto questa analisi perché vorrei spendere due parole riguardo ad un caso di cronaca color pece di queste settimane di agosto 2023, dove un branco di 7 esseri hanno stuprato e ferito una ragazza, facendola ubriacare e approfittandosi della sua ingenua fiducia, violentandola e seviziandola per ore a turno, filmando ogni dettaglio scabroso e macabro. Hanno agito premeditando, come un branco ben coeso, senza rimorso o senso di colpa, solo il maschio omega ha avuto un tentennamento paventando aria di prigione e conseguenze possibili. In branco la responsabilità degli orrori commessi sembrano diversi, più leggeri, in quanto l’orrore viene diviso per 7, e il peso è dimezzato. Inoltre, tutto viene mascherato da “gioco perverso di una sera”, anche se la vita distrutta della vittima lo è per sempre.

Non basta una vita infatti per risanare ferite intime e della dignità di una donna multi violata, che avrà a che fare non solo con ferite fisiche, ma ben più gravi traumi psicologici e psichici di difficile risanamento. Oltre la voglia di vendetta, sopraggiungeranno sentimenti di colpa, vergogna e profondo senso di ingiustizia, che non basterà una vita a risanare e compensare.

E poi c’è la deresponsabilizzazione della colpa… “aveva bevuto”, “se l’è meritato”, “volevamo divertirci abbiamo fatto casino”, “adesso dirà pure che l’abbiamo violentata”… Non solo non si possono assumere responsabilità che non vedono e non vogliono, ma se privi di emozioni, sono macchine da guerra ben congeniate e spietate. Solo il maschio omega ha palesato un minimo senso di disgusto e colpa, che però non può far vedere in modo evidente al gruppo, pena la sua esclusione e ripudio. Una parola vorrei spenderla per altre vittime, per i 14 genitori che avranno a che fare con questa piaga sociale che sono i loro figli, alle accuse e alla vergona perenne, al tormento e alle domande che, di notte, nelle loro stanze e case vuote, gli terranno compagnia… perché se è pur vero che ogni uomo e donna è un individuo a sé, è anche vero che la mal educazione sociale ed affettiva porta a conseguenze inimmaginabili. I caregivers hanno una corresponsabilità sempre… danno esempi o speranze. Se cresci senza regole, se non si prendono provvedimenti in anticipo, se non si ascoltano i figli davvero o ci si illude che crescano bene da soli, allora le sorprese possono essere molteplici. I genitori hanno fatto il meglio che potevano con ciò che possedevano, ma evidentemente non è stato abbastanza e questo rimorso li accompagnerà spesso.

Al barman che alle parole del branco ha accondisceso e fatto finta di nulla, vorrei dire dire che l’ omertà e connivenza sono atti di  responsabilità altrettanto gravi, e che vi è una corresponsione in questa morte d’anima quanto gli adulti che non fanno mai nulla di fronte a violenze e vessazioni.  Quella notte,  su una spiaggia siciliana, in piena stagione turistica e movida notturna, questi 7 predatori non hanno interrotto la vita di una sola ragazza, ma di 7 coppie di genitori che adesso avranno a che fare con un peso enorme, la loro corresponsabilità in questo scempio di carne e sangue.  Nessuno ha sentito, nessuno ha voluto fare nulla, nessuno ha visto. Nessuno è intervenuto…nonostante l’estate, nonostante la vita da spiaggia, nonostante le urla. E poi ci sono gli “adulti” che fino a pochi anni fa avevano a che fare con questi “giovani uomini sadici”, che ne avevano visto i tratti e le sembianze, ma che non hanno fatto nulla per indolenza o incompetenza.

Queste sono le radici della violenza, che si maschera sotto problemi e difficoltà, ma che genera mostri. Alla ragazza amica della vittima, vorrei dire di non sentirsi in colpa per essere fuggita. In un momento di estremo pericolo predatorio, scatta nel nostro cervello un istinto di sopravvivenza innato: o si attacca (ma è una risorsa da usare in extremis) o si fugge. Ciò che poteva fare era chiamare i soccorsi in tempi celeri, ma la paura fa congelare articolazioni e sistema nervoso, difficile sapere cosa ha pensato l’amica dopo uno shock imminente e l’alcool che non aiuta a ragionare, non tutti reagiamo come dovremmo. E per ultimo, il non pentimento con minacce successive alla denuncia di diversi componenti del branco, sintomo evidente della violenza attesa e voluta, del sadismo e del non rimorso; atti tipici di chi non ha un sistema affettivo sviluppato né una coscienza morale…non vediamoli sempre come povere vittime del sistema, qui c’è male puro che va visto, riconosciuto e fermato con ogni mezzo adesso,  altrimenti sarà troppo tardi per qualcun’altra ragazza del futuro.

In questo episodio orribile in realtà abbiamo fallito tutti. Ai genitori della vittima vorrei portare un fiore di compassione e fratellanza, perché ci vuole molto coraggio e self control a non cadere nella vendetta e diventare disumani a loro volta. Per tutto il resto, la giustizia farà il suo corso; mentre una città ed un sindaco si unisco e si costituiscono parte civile al processo in corso, quale gesto di solidarietà di specie; segno che la speranza non muore con le urla di dolore, ma vive nell’azione e reazione alla violenza.

Dott.ssa Federica Giobbe